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Bill Evans

Bill Evans (Plainfield, 16 agosto 1929 – New York, 15 settembre 1980) è stato un pianista jazz statunitense. Con Evans si ha la sensazione che il jazz esca da certi schemi che ricordano i sottofondi sonori ad immagini narranti avvenimenti storici lieti o meno. Il modo raffinato lascia campo alla priorità della musica su ogni tipo di subordinazione visiva. Ascoltando l'introduzione di "Blue in green", il fraseggio di "How deep is the ocean" o il canto di "Spring is here" tutto si riempie, ora questa musica apre all'immaginazione. Ne "Il jazz oltre il bebop" (pubblicato nel 1994 da Electra-Gallimard) si legge: «Soltanto più tardi si capirà che, con grande discrezione, senza porsi a capo di alcuna corrente, Evans ha guidato una rivoluzione altrettanto profonda di quella di Coltrane o di Coleman. Evans si ispira largamente al jazz modale di cui è uno dei fondatori, pur senza mai sistematizzarne gli apporti. La sua opera di compositore ricorre spesso a vecchi temi standard, cui è assai legato; ma li tratta in un modo che ne alleggerisce il sostegno armonico, spesso vincolante, e apre la strada a svariate possibilità melodiche». A Bill spetta il compito di continuare la rivoluzione iniziata da Coltrane e Elvin Jones che egli compie con le soffici sensazioni che ricordano la musica di Debussy, diventando così il pianista di riferimento per intere generazioni tra cui: Keith Jarrett, Chick Corea, Herbie Hancock, McCoy Tyner ma anche di giovani talenti come Brad Mehldau , Fred Hersch e Lyle Mays.


Vicende personali


La musica di Bill Evans fu fortemente influenzata dagli accadimenti personali che lo indussero da una parte alla gioia suprema e dall'altra al dolore incessante causa del suo carattere ipersensibile e a causa di numerosi eventi negativi che si sono avvicendati in modo vorticoso intorno alla sua figura di artista di notevole pathos, espressività e sensibilità. William John Evans nacque il 16 agosto del 1929 da un gallese emigrato negli States, Harry, e da Siroka, di origine russa, della chiesa ortodossa, in una piccola città dello stato del New Jersey, Plainfield. Il fratello più grande, Harry (junior), aveva lo stesso nome del padre. La madre Siroka era grande amante della musica classica ed era una discreta pianista; fu lei molto probabilmente ad infondere nei figli, e soprattutto in Bill, la passione per la musica. Bill quindi cresce tra il suono delle canzoni popolari del Galles e quelle della chiesa ortodossa russa. I genitori fecero impartire loro lezioni: di piano al fratello Harry, di violino al giovane Bill di appena sei anni, e in seguito, a tredici anni, di flauto. Bill assisteva spesso alle lezione di pianoforte impartite al fratello Harry, e quasi per caso, per gioco, trovava facile e divertente ripetere ciò che aveva ascoltato. Fu così che ben presto si dedicò a riprodurre sul pianoforte quei colori, quei suoni, quel tocco e quella dinamica che aveva sperimentato sugli altri strumenti. Bill conobbe già nella sua gioventù la vera autodisciplina nello studio ininterrotto delle musiche della tradizione classica, da Debussy a Mahler a Stravinskij dedicando ore al giorno nello studio di questo strumento, il pianoforte, conosciuto quasi per caso. Ma, come dirà nelle sue interviste, si sforzava di suonare ogni cosa con sentimento, con pathos ed espressività, utilizzando il pianoforte come un potente mezzo di espressione,la musica come un altro linguaggio, un linguaggio fatto di sentimenti e sensazioni. Bill, crescendo, diventerà un giovane dotato di gradevole presenza, alto e con belle mani. Successivamente però negli anni della guerra fredda cominciò a fare uso di stupefacenti per sopportare come meglio poteva le conseguenze di un servizio militare assai duro. In tutta la sua vita fece dello studio classico (sei ore al giorno) il suo bagaglio musicale prediligendo autori come Bach, Chopin, Debussy, Ravel, Bud Powell, Lennie Tristano, eseguendo spesso concerti con interpretazioni eccellenti e mature. All'inizio degli anni cinquanta il fratello gli fa conoscere il jazz di cui lo attrae soprattutto quella che ne è la caratteristica vitale: l'improvvisazione. In effetti la scoperta del jazz avviene quasi per caso: forse, fu il jazz a scoprire lui. Suonando nell'orchestra di Buddy Valentino (all'età di dodici anni) scopre che si può andare oltre le note scritte su di un pentagramma, ma soprattutto scopre il senso del blues, non facilmente spiegabile secondo le concezioni dell'armonia tonale tradizionale e le concezioni teoriche della musica occidentale ben lontane dalla musica africana: terza minore e terza maggiore in un'unica scala, usate in successione in un frammento, in una piccola frase musicale in Si bemolle. Da allora, come raccontò egli stesso, gli si aprì un nuovo orizzonte: l'improvvisazione (jazz), che permette di rompere i rigidi schemi della musica accademica. Il bagaglio tecnico di Bill Evans era largamente superiore a quello di molti altri suoi colleghi jazzisti, potendo contare anche su un diploma in armonia e composizione ottenuto al Mannes College e un profondo, diffuso background di studi classici. Frequentò il Southeastern Louisiana College dove si laureò nel 1950 ed entrò nella band di Herbie Fields. Dal '51 al '54 svolse il servizio militare, durante il quale suonò il flauto in una delle bande. Nella sua vita ebbe due compagne: Elaine e Nenette, ma fu costretto a sacrificare la vita affettiva per la carriera musicale. La sua vita fu costellata da numerosi lutti come attesta anche il suo disco You must believe in spring dedicato al tema della morte, in cui ogni singolo brano rievoca questo concetto così oscuro. Nel 1971 infatti aveva perso la compagna Ellaine, morta suicida nella linea della metro newyorkese, poi il padre Harry, alcolizzato da tempo e ormai distrutto dall'alcol, e nel 1979 perde il caro fratello Harry (all'età di 52 anni) per suicidio. Bisogna ricordare che, molti anni prima, (1961) il giovane contrabbassista Scott LaFaro aveva già perso la vita in un tragico incidente stradale, fermando inesorabilmente il suo nuovo linguaggio musicale in fieri. La droga si impadronì allora di Evans segnandolo fortemente fino alla sua morte. Per Bill, il fratello Harry era un punto di riferimento e morirà appena un anno dopo il suo suicidio nel 1979, in preda alla depressione.


Vicende artistiche


Dopo alcune sporadiche collaborazioni, nel 1956 George Russell lo convoca per la registrazione di alcuni pezzi dandogli la possibilità di improvvisare i suoi primi assolo e Bill con il suo bagaglio classico unito alla sua familiarizzazione con i "boppers" ed il cool jazz non può che sentirsi a suo agio dando dimostrazione delle sue idee in nascere. Dal 1951 al 1954 era sotto le armi a Chicago. Da Chicago decide poi di trasferirsi a New York nel 1955 deciso ad intraprendere la carriera di musicista professionista. In questo periodo conosce Tony Scott, un già affermato sassofonista e comincia a suonare con gli altri musicisti. È del 1955 la prima incisione professionale non da leader, al fianco della cantante Lucy Reed, in cui fa già la sua comparsa il capolavoro "Waltz for Debby". Nel 1956 invece conosce il pianista George Russell ed entra nella sua cerchia approfondendo il suo nuovo sistema della Lidia cromatica. Nel 1956 finalmente la prima incisione professionale da leader con New Jazz Conceptions, col suo trio. Tale lavoro profuma ancora delle influenze di grandi jazzisti come Lennie Tristano, di cui qui se ne avverte quasi la presenza, e di Bud Powell, esponendo un suo aspetto bop che non ritroveremo più nei lavori futuri se non in colori molto più sfumati. Fu un grande successo, la critica lo accolse con enfasi, anche se vendette poche centinaia di copie. E dopo l'incisione di New Jazz Conceptions, il suo primo lavoro in trio con Teddy Kotick al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, avvenne la sua consacrazione quando fu convocato alla corte di Miles Davis nella scrittura di Kind of Blue alla fine degli anni cinquanta registrando uno dei migliori album mai incisi nella storia della musica afro-americana. Anche il "divino" che s'era circondato di eccellenti musicisti neri rimase estasiato dinanzi alle invenzioni sonore del pianista bianco che entrò di diritto a corte divenendo anzi il perno principale su cui ruotò l'intero album. L'impressionista degli 88 tasti ci consegna l'approccio modale. Infatti Evans si trovà nel contesto giusto per operare una sorta di rivoluzione nel pianismo jazz introducendo nell'armonia, fino ad allora tonale, astrazioni tonali e modalizzazioni, impressionismi tipici di un pianismo debussyano e raveliano, decontestualizzati dalla loro propria sede e reinseriti in un contesto nuovo. In tal modo Evans non può considerarsi l'inventore dei moderni voicings jazzistici e accordi, ma se mai il pioniere di questi. Oramai noto, lascia Davis e istituisce quella che sarebbe stata giudicata la sua migliore formazione in trio con Scott LaFaro al contrabbasso e sempre Motian alla batteria e attraverso la quale comincia ad inventare il suo jazz col suo tocco di rara bellezza ed una preparazione straordinaria, sempre chino sullo strumento ed i capelli lisci brillantinati ed il volto impallidito. Con Scott LaFaro, la storia della musica jazz raggiunge la raffinatezza nella massima sinergia nonostante la magnifica esuberanza del giovane contrabbassista prediligendo un suono caldo e suadente alla stucchevolezza del virtuosismo. Con Paul Motian alla batteria il jazz del trio Evans raggiunge sfere espressive mancanti fino a quel momento: colto, ricercato ma anche un jazz con gocce di tenera allegria come dimostrano alcune incisioni. Come non ricordare i capolavori in trio del 1961 Sunday at Village Vanguard, Explorations e Waltz for Debby. Sta di fatto che la magia di questo momento di "interplay" verrà rotta per sempre da un tragico incidente che colpì il giovane Scott LaFaro nell'estate del 1961. Ricordiamo anche altre registrazioni: quelle degli anni settanta in duo con Tony Bennett, Portrait in jazz del 1959, i Paris concert del 1979 e il favoloso You must believe in spring del 1977 con un eccezionale Eddie Gomez al contrabbasso. Enrico Pieranunzi, pianista italiano di fama internazionale e autore di una biografia di Evans scrive: "le sonorità morbide e risonanti, sempre conseguenti al carattere della narrazione in musica che egli sta improvvisando, senza mai ricercare uno scopo meramente decorativo o narcisistico". Bill Evans muore il 15 settembre del 1980, e con lui si spegne la massima espressione jazzistica non volta a trascinar le folle, ma a sussurrar sé stesso. Lascia un figlio, Evan Evans, avuto nel 1975 dalla compagna Nenette, che vive attualmente in California e lavora nella produzione di musiche da film. Come diceva lo stesso Evans in uno dei suoi più grandi capolavori di piano solo ("Alone"), il pianoforte è un mezzo (medium) di comunicazione artistica e la solitudine ti permette di raggiungere una perfetta armonia e comunicazione con lo strumento. Ma ciò solo in fase di studio per ottenere la massima concentrazione e il proprio miglior modo possibile di suonare, poi quello che conta nell'esibizione è riuscire a catturare il pubblico facendo in modo che il pianismo non sia uno sfondo ad un cocktail o ad una cena.

 

 
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